La pratica delle copie dai maestri del passato è sempre stata al primo posto nelleducazione degli artisti. Almeno fino a qualche decennio fa. Quando le accademie funzionavano ancora. E sfornavano autori pronti a confrontarsi da apprendisti con il mondo dellarte, e non convinti, come purtroppo accade oggi, di essere appena ventenni dei piccoli Fontana redivivi.
Per spiegare questa affermazione partirò da un aneddoto recente di cui sono stata indirettamente testimone. Alla penultima edizione di Salon Primo, lesposizione annuale degli allievi di Brera, allestita negli ultimi anni al Palazzo della Permanente di Milano, si è verificata una scena che la dice lunga sul livello di preparazione dei giovani artisti.
Come è noto, la storica istituzione milanese ospita nelle sue raccolte opere di maestri del Novecento fra cui Sironi e Rosai, i cui capolavori campeggiamo nel salone dingresso del palazzo.
Bene, in occasione dellallestimento di Salon Primo, uno studente ritardatario, infilando la porta dellentrata e trovandosi davanti alle opere dei due mostri sacri del Novecento ha esordito: «accidenti sono davvero in ritardo, gli altri ragazzi hanno già appeso le loro opere!». Straordinario...
Laffermazione è (ahinoi) esemplare di un livello di formazione che non solo non fornisce uno studio adeguato della storia dellarte in quanto tale, ma neppure suggerisce modelli sui quali ragionare, lavorare, leggere e, in un secondo momento, da interpretare in vista di formarsi poi un linguaggio e una poetica personale.
Inutile riassumere qui tutti i passaggi di quello che è stato nei secoli lo studio del passato attraverso le cosiddette copie dal passato. Basterà rispolverare unantica esclamazione del celebre archeologo e storico dellarte settecentesco Johann Joachim Winckelmann, che dovrebbe diventare un mantra per noi contemporanei: «Cè un solo modo per noi di diventare grandi e forse ineguagliati ed è limitazione degli antichi».
La pratica accademica tradizionale prevedeva infatti, ai tempi del Winckelmann, che i giovani artisti si confrontassero col passato, formando il proprio mestiere con la prassi dellimitazione. Un esercizio scolastico erede delle pratiche di bottega rinascimentali, di quando Leonardo o Raffaello istruivano i loro allievi nella «buona esecuzione», invitandoli a riprodurre col disegno o lincisione i capolavori dipinti.
In molti casi, infatti, nelle botteghe meglio organizzate, come quella del genio urbinate o quella di Tiziano, gli allievi venivano addestrati a riprodurre finemente le opere pittoriche, veri facsimili realizzati con mano istruita al medesimo stile, tanto da mettere in crisi lidentificazione posteriore dei lavori originali. E non è passato molto tempo da quando anche allAccademia di Brera gli studenti sudavano sangue sui gessi che oggi giacciono invece semi abbandonati nei sottoscala dellIstituto. E addio esercizio. Sembra che questa attività non usi più; depennata dal vocabolario di molti giovani artisti che preferiscono la logica del tutto e subito, passando direttamente a bucare le tele senza saper disegnare una mano.
Ricordiamoci però che Fontana, da ceramista, creava certi capolavori di modellazione da far sbiancare Rodin; e che Giacometti copiava pedissequamente la linearità delle statue della classicità dalle riviste dantichità francesi disegnando a margine di ogni illustrazione la sua copia perfetta.
Caso curioso: nel corso del tempo lartista svizzero cominciò lentamente a staccarsi dai modelli per formarsi uno stile autonomo che poi divenne celebre nelle sue figure asciutte e slanciate. Un passaggio straordinario che emerge scorrendo in sequenza tutte le riviste darte antica passategli per le mani da ragazzo sino alla piena maturità.
Detto questo, loccasione buona per riflettere e attualizzare tale pratica, può venire oggi da alcune mostre destinate a inaugurare la stagione autunnale. A partire da quella appena aperta nei nuovi spazi del
Museo darte di Mendrisio
, dove 150 oggetti dellantichità classica greca e romana sfilano in una sequenza serrata, costruita intorno alla figura dellatleta, al mito del corpo e a quellideale di bellezza che costituisce una possibilità di confronto per chi volesse misurarsi davvero con lo studio della forma e della perfezione fisica da piegare, in un secondo momento, alle proprie esigenze espressive.
Non dimentichiamoci, a questo proposito, che Egon Schiele conosceva alla perfezione la struttura di ogni tendine, muscolo, nervo, nocca, prima di cimentarsi nelle sue corporeità drammatiche, prima di infliggere pene corporali alle sue figure contorte dal male di vivere.
Conosceva come un patologo la struttura dei corpi su cui andava a infierire, altrimenti la resa, la tortura espressionista, non avrebbe raggiunto livelli di un realismo tanto straziante. Non parliamo di Munch, che prima di plasmare maschere di gomma su facce sfigurate dallangoscia, siglò da ragazzo ritratti di un verismo straordinario che sembravano usciti dalla tavolozza di Vermeer.
Altro esempio straordinario, che fra pochi giorni approderà a Milano e la cui copia è vivamente consigliata a chi desideri scoprire il mistero di una figurazione carica di ansie moderne, è quello di Edvard Hopper, abilissimo nellimmortalare sottovuoto emozioni di figure vive raggelate nellattesa. La mostra che aprirà fra pochi giorni al Palazzo Reale di Milano sarà il pretesto ideale per mettersi alla prova, cimentandosi nellanalisi e nella trascrizione di un grande classico contemporaneo.
Copiare la pelle per arrivare al cuore. Lo dico, in special modo, per quanti hanno espresso negli ultimi tempi il desiderio di ricevere giudizi critici sui propri lavori. Ho trovato molte opere esposte su Artcafè foriere di buoni risultati espressivi, ma ancora immature per quanto concerne la tecnica e il presunto mestiere.
Prima di entrare nel merito dei singoli casi (per i quali attendo di poter visionare gli esiti di altri lavori), mi permetto di sfidarvi in questo gioco della copia dal capolavoro. Esercizio di stile che, rielaborato a distanza, porterà ad emergere il linguaggio che vi contraddistingue.
Come Picasso
che partì copiando un toro e si ritrovò sulla carta (venti fogli dopo) quattro trame incrociate di straordinaria sintesi. E, come avrebbe detto Tristan Tzara, inconsapevolmente il vostro lavoro vi somiglierà.